Un lupo mannaro a Roma

Unsplashed background

L'antro orrendo

Nel primo pomeriggio Geronzo Askeropolo, addobbato dagli abiti da pompa, arringava gli oligarchi dell’impero d’oriente;
già la mattina aveva sobillato la folla di Costantinopoli che attendeva la consueta distribuzione settimanale di derrate, incitandola alla guerra.
“E’ contro la divina volontà accettare che una civiltà inferiore rifiuti la superiorità della cultura crisriana e romana.
Il regno dei Parti è ostinato nella autonomia politica e commerciale, pretende di dettare i prezzi delle merci in ingresso e in uscita,
persevera nella difesa di culti inverecondi ed arriva a concedere asilo ai criminali sfuggiti al giogo con la violenza o l’inganno.”
L’imperatore Costanzo lo ascoltava con rassegnazione, ben sapendo che gli sproloqui del ministro degli esteri avevano una durata mai inferiore alle due ore,
rendendo insopportabile la calura estiva, dentro il fantasmagorico vestito imperiale, sfavillante di ori e cristalli preziosi.
“Come la fine di Cartagine fu fonte di lunga vita per la repubblica di Roma, così l’abbattimento del regime dei Sassanidi sarà viatico di mille anni di potenza per l’impero d’oriente e di gloria per l’unico Dio che adoriamo.”
Il volto del ministro appariva, al lucido imperatore, eccessivamente artefatto da furore fanatico, tuttavia lo lasciò continuare con pazienza.
“Se avessi la delega imperiale potrei agire con ampio respiro;
armerei le tribù oppresse dai persiani, fomenterei le casate in disgrazia, darei manforte a briganti e piromani, alimenterei le voci più repellenti con sobillatori professionisti, gettando le basi per infliggere il colpo mortale a quel regno canaglia.”
L’imperatore scosse la testa appesantita dalla tiara; un simile articolo era meglio tenerlo impegnato lontano dalle piazze domestiche.
Del resto Geronzo, originario del Ponto, ove godeva di un prestigio e una influenza regale, in passato aveva avuto aspirazioni alla massima carica, frustrate dai governatori di Siria e Giordania che non sopportavano le velleità bellicose e il fanatismo di Askeropolo.
L'imperatore Costanzo aveva acquisito un potere assoluto che, di fatto, si estendeva da Oriente a Occidente, forte di una solida alleanza con le gerarchie ariane.
La sua politica mirava ad una completa egemonia dell’impero d’occidente, il tutto tra complotti e congiure di corte.
“Divino Costanzo, il vescovo Macedonio reclama udienza.”
Gracchiò il ministro delle comunicazioni Curculionide Trigisto, rivestito da un sontuoso abito nero e lucido. Il ministro era fornito di una pelata sufficientemente scura, da farlo sembrare un gigantesco scarabeo stercorario.
Il ministro vantava una parentela di prim’ordine e un patrimonio degno di un sovrano assiro;
per qualche tempo aveva tramato con un gruppo di burocrati in disgrazia, azzardando perfino una segreta alleanza con i Parti.
L’efficiente servizio segreto dell'impero aveva smascherato le trame golpiste di Curculionide,
che era stato messo di fronte all’alternativa tra una prestigiosa carica governativa, svolta con servile dedizione e l’impalatura sulla rocca di Bisanzio.
Curculionide aveva accettato di buon grado l’incarico onorifico, anche se, da contratto, al ministro delle comunicazioni spettava di diritto il ruolo di primo assaggiatore delle pietanze imperiali.
Al nuovo annuncio Costanzo imprecò sonoramente;
non avrebbe tollerato un ulteriore intervento logorroico, la sua bardatura lo stava lessando inesorabilmente;
il vescovo tuttavia era elemento prezioso per i suoi scopi e avrebbe dovuto sopportare l’ulteriore supplizio oratorio.
Il Vescovo Macedonio, seguito da una pomposa delegazione, piombò nel salone imperiale con tutto il cospicuo peso di paramenti sacri.
“Che la pace di Dio Padre Onnipotente scenda su tutti noi.”
Esalò con voce accorata il prelato, ondeggiando pericolosamente sotto l’enorme copricapo dorato.
“Sono qui per denunciare che la chiesa d’Oriente subisce intollerabili pressioni e limitazioni."
Esordì il vescovo, che si inerpicò poi in una dettagliata e liturgica descrizione dello scambio di epistole, bolle e delibere conciliari degli ultimi sei lustri; quindi passò a elencare i presunti nemici della fede, tutti meritevoli di punizioni corporali e confische. Quindi concluse con la gola ormai allo stremo:
“…Urge un sollecito intervento chiarificatore dell’autorità imperiale, che sciolga l’iniquo vincolo d’autorità e imponga, anche con atti di forza, la supremazia del credo Ariano sulle eresie ed il paganesimo, diffusi in tutto l'impero, Amen.”
Squilibrato dalla foga oratoria, il vescovo barcollò lateralmente, annaspando alla ricerca di appoggio;
l’autorità morale non trovò di meglio che caracollare verso il soglio imperiale, crollando sul trono che Costanzo aveva temporaneamente lasciato,
alla ricerca disperata di un refolo refrigerante.
“Sarà nostra premura assecondare ogni velleità egemonica che rappresenta l’interesse comune ecclesiastico e civile.”
Rispose prontamente il sovrano, turbato dall’incidente statico, anche perché il vescovo, precipitato sul seggio del potere terreno, pareva incline a sostarvi più del dovuto.
Sopraffatto dal calore orientale, Costanzo si era liberato delle imperiali padule, tra lo sconcerto dei cortigiani ammantati.
“Divino imperatore.” Esordì l’annunciatore di corte fingendo di ignorare le mutande regali:
“Emissari d’Occidente sono giunti a Costantinopoli ed ambiscono regale accoglienza e la vostra attenzione.
“Che siano accolti con feste ed onori e che i preliminari siano lunghi abbastanza da consentire un lungo riposo.”
“Ordinate che gli emissari riposino tra gli agi?” Chiese il ministro delle comunicazioni, confuso dagli ordini del sovrano.
“Non mi cale delle azioni degli ospiti.” Ribatté l’imperatore esasperato, siamo Noi bisognosi di lungo e meritato riposo.”
Detto questo Costanzo si ritenne libero da ulteriori incombenze ufficiali e sgattaiolò velocemente nelle fresche stanze ipogee,
che antichi ingegneri illuminati avevano progettato per conservare i migliori prodotti dei mastri enologi di tutto l’impero.
Dotato di fantasia architettonica, Costanzo aveva preteso di ricavare tra quegli antri sotterranei, depositi di leccornie salumiere,
locali vasti e comodi, ordigni meccanici atti a rendere loquaci i renitenti alla rivelazioni di informazioni riservate.
“Plaudiamo al divino Costanzo, che anche oggi ha servito lo stato con abilità e dedizione.”
Esordì Egisto Pantagruelico, collaboratore fidato, impeccabile regista di feste riservate e capo efficiente dei famigerati servizi segreti dell’impero romano d’Oriente, vedendolo arrivare nelle profonde stanze.

fig15 fig15