Un lupo mannaro a Roma

Unsplashed background

Il sonno del senato

Caio Ponzio Pipitone dormiva sullo scranno del senato romano.
La petulanza oratoria del vecchio tribuno Tertullio Quinzio aveva, peraltro, stroncato la maggioranza dei senatori capitolini.
Il senatore era impegnato a descrivere una proposta volta al sostegno degli agricoltori italici, messi in ginocchio dal crollo dei prezzi delle derrate, causato dall'importazione di granaglie a basso prezzo dalla periferia dell'impero.
“Le nuove norme per il sostegno delle comunità rurali saranno un buco nell’acqua."
Sbadigliò Settimio Farfalo, ridestando bruscamente dal torpore Caio Ponzio.
“I fattori diverranno schiavi dei furbi strozzini.” Ammise il senatore Ponzio, appena cosciente.
“Oppure svenderanno le masserie .” Sospirò tristemente Settimio Farfalo, che la bontà aveva indotto ad acquistare, per pochi assi, decine di piccole aziende agricole.
“Gli ex fattori rimpolperanno le schiere della plebe operaia suburbana.”
Lamentò Pipitone, i cui opifici del Lazio avevno triplicato la resa, grazie al crollo del costo del lavoro.
“…Date tutte le premesse esposte, presento formale proposta di riduzione del bilancio militare per il finanziamento delle legioni del nord, a vantaggio delle politiche a sostegno del reddito degli agricoltori italici.”
Concluse Quinzio, mentre tre senatori crollavano a terra, colti da letargia fulminante.
“Che sia messa ai voti la proposta dell’onorevole Quinzio, contraria la commissione imperiale.”
Recitò il rettore senatorio impastato dal sonno. “Il senato respinge.” Constatò osservando le poche braccia favorevolmente levate.
“Giuliano non gradirà tale levata di testa.” Predisse Caio Ponzio Pipitone. “Piuttosto la testa di Quinzio rischierà di essere levata.” Ghignò Farfalo come infausta previsione.

Poco dopo Vecchio Geriatrone latrava un furente discorso senatorio, vanificando ogni tentativo di pennica pomeridiana tra i nobili scranni.
"…I templi e le basiliche, degradano miseramente, falle trascurate inaridiscono fontane e terme, mentre le tasse tartassano le imprese e i cittadini operosi."
Il senatore Vecchio declamava il suo discorso con la foga dettata dallo sdegno e dal furore.
"L' antico sapere è negletto alla plebe; essa si rifugia in una religione monoteista che fa dell'ignoranza virtù e della povertà uno stile di vita."
"Propongo pertanto uno storno di tredici milioni di solidi dalle spese militari a vantaggio del bilancio per la cultura, le biblioteche pubbliche e l'arredo urbano."
“Mai la capitale tornerà ai fasti di Traiano.” Lamentò, dolente, Vescovio Calandrone rivolto al suo vicino di scranno.
La sofferenza fu lenita dal pensiero dei ricchi proventi, generati delle sue fabbriche di acciai temperati ad uso bellico.
Fulvio Caio Gongolone, che aveva raccolto il grido di dolore di Vescovio, si sentì in obbligo di ribadire:
“Le inestinguibili guerre sono foriere di amarezze e declino.”
Poi, però, ricordò i numerosi e ricchi appalti militari su cui stava profiquamente trattando e si rassegnò allo stato di fatto.
“Che sia messa ai voti la proposta dell’onorevole Geriatrone, contraria la commissione imperiale.” Annunciò il rettore, rintronato dalle grida del precedente oratore.
“Il senato respinge.” Affermò dopo un’occhiata fugace ai rari arti sostenitori.
“Giuliano non gradirà questa insulsa proposta.” Sussurrò Calandrone.
"Giuliano saprà come spezzare queste continue richieste di riduzione delle spese militari." Vaticinò Gongolone, squotendo il capoccione.

fig16 fig16