Un lupo mannaro a Roma

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L'antro orrendo

Attyl Aden valutava lo schiavo insolito ereditato dal compianto Karafat.
dopo aver brevemente pensato, decise che l’unico impiego pratico che poteva affidargli, era quello di eunuco del gineceo, che da tempo era richiesto dalle consorti sfiancate.
“Che lo schiavo esotico subisca l’annullamento degli stimoli virili.”
Ordinò il Gran Capo, subito assecondato da due orrendi guerrieri.
Questi afferrarono l’inconsapevole Viaticus e lo trascinarono nella lontana tenda della vecchia Gagajakyaia.
Lo schiavo venne legato mani e piedi, quindi fissato al pavimento della tenda;
il tapino non osava immaginare il suo destino, piangendo la sua testa mozzata che temeva fosse gradita ai quei selvaggi incomprensibili.
In solitudine, nella tenda, intravide la figura incongruente della vecchia nuda, che con un balzo, impensabile per un simile relitto,
si catapultò sul suo ventre, spalancando oscenamente il mostruoso antro genitale davanti ai suoi occhi.
La vista della Gagajakyaia nuda era sufficiente ad indurre impotenza quinquennale in un individuo sano e ben dotato,
il contatto diretto subito dallo schiavo poteva avere esito fatale;
la steppa fu turbata da un grido inumano di orrore, che produsse, perfino in Attyl Aden,
un repentino innalzamento della pressione arteriosa ed il sollevamento delle lunghe setole che gli crescevano sulla schiena.
“Lo schiavo esotico è sopravvissuto al trattamento e non reagisce alla danza del ventre.”
Avvisarono due guerrieri soddisfatti.
Di buon umore per il risultato raggiunto, Attyl Aden pretese dalle schiave estetiste un trattamento completo,
che lo rendesse idoneo a ricevere il potente ambasciatore accreditato presso la tribù dei Kysselospet.
Dopo una lunga permanenza nel caglio di capra, Attyl Aden fu massaggiato con crema di grasso di montone,
e rivestito con le antiche tonache da parata, ricavate dalle pelli stagionate di rarissimi mufloni ti-betani;
l’aroma caprino che pervadeva il prezioso abbigliamento, era talmente potente da stroncare le tarme più resistenti e perfino i sorci afflitti dall’inedia fuggivano nauseati.
Bulinus, reduce da un analogo trattamento deodorante, fu condotto al cospetto del Gran Capo degli Unni, saturo di effluvi,
avvisi e raccomandazioni, che lo avevano reso notevolmente nervoso.
“Capo supremo e onorato dagli amici, ma temuto da nemici che neanche conosci.” esordì l’ambasciatore con voce nasale,
a causa del grosso mollettone che gli turava completamente le narici.
“Il potente impero di Roma, che domina l’occidente dal Danubio all’oceano
e che ha fatto del mar Mediterraneo il suo lago, ti esprime la sua amicizia e la sua reverenza.
Abbi la compiacenza di accettare la sacra alleanza in cambio di doni ricchi e copiosi.”
furbo giudeo pensava che con promesse cospicue avrebbe avuto facile avallo al rientro in patria e magari doni sufficienti al riscatto e ad una vita tranquilla.
“Quali doni potrà mai dare un piccolo impero a me che domino la steppa?”
“Chiese Attyl Aden con avida curiosità.
“Città raffinate producono tessuti pregiati e delicati; colonie numerosissime forniscono cibi golosi e bevande estasianti;
schiavi sottomessi sono il frutto di conquiste sempre nuove.” Spiegò Bulinus con enfatica esagerazione.
“Schiavi e schiave?” Si informò sordidamente il capo barbaro.
“Principesse delicate e cortigiane raffinate sono ridotte ad umili baldracche, per beneficiare i nostri soldati ed il popolo latino.”
“Che siano attrezzate le cavalcature.” Gridò Attyl Aden, con la potenza di un branco di lupi affamati.

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