Un lupo mannaro a Roma

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Per Giove!

Il sommo Giove aveva il suo daffare per calmare il fratello incollerito.
“E’ nell’ordine delle cose che gli esseri mortali, afflitti dalle effimere leggi del divenire, operino contro i periodi mistici e le loro magnifiche espressioni.”
Si pronunciò il dio, assecondando il concetto con una melodiosa sinfonia rilassante.
“Non è nell’ordine delle cose che le mie meritate fasi contemplative vengano funestate da attività illogiche e grette.”
Marte zittì rabbiosamente la placida sonorità di sottofondo, sostituendola con una rocciosa sequenza di suoni metallici elettrificati, coerenti con il suo stato iracondo.
“Voglio carta bianca per punire questa stirpe degenere.”
Concluse il dio funestato, generando una serie rapidissima di onde acustiche ad alta frequenza, che sfociarono in un potente e fragoroso epilogo.
“Il tuo stato alterato è incompatibile con le attività di ricomposizione degli equilibri primari.”
Sentenziò Giove Decisionista, imponendo una solenne sonorità classica e imperativa.

Mercurio Factotum insidiava ninfe e naiadi con l’insana frequenza che i reiterati insuccessi inducevano.
“Sono l’unico dio cui sfuggono i celestiali amplessi, possibile che le dee snobbino la mia natura esecutrice della volontà ultraterrena?"
Per nulla interessato alle ambasce mercuriali, Giove Impaziente convocò il dio effettore delle superiori volontà, esponendo la inflessibile e sovrastante risoluzione.
“Che il regime che soffoca il mondo, abbia a soffrire per la propria stessa natura; opera con la scaltra arguzia che ti contraddistingue e liberaci dall’ingordo sistema che disturba i ciclici eventi.”
“Il tuo volere troverà in me il solito implacabile esecutore, sebbene sia afflitto dallo sconforto.”
Commentò Mercurio Dolente. “Avverto l’ambascia che opprime la tua essenza, sarà mia premura farti avere congrua soddisfazione.”

Saturno Saturnale spiava le gesta dei suoi discendenti che con presuntuosa arroganza lo avevano da tempo estromesso dai centri di comando divini.
L’ingrato pretesto della soperchieria erano stati i metodi, definiti arcaici ed antiquati, da lui utilizzati, per governare le terrene vicende.
La sua simpatia per i possenti bruti ed i modi spicci e diretti di risolvere le questioni, erano stati ritenuti dimostrazione di primitiva inidoneità.
Forte del principio di minimo intervento, Giove Ribelle aveva esautorato il padre e ridistribuito il potere assoluto tra parenti, amici e conoscenti, facendone tutti fedeli fiancheggiatori.
Perfino le sue numerose amanti erano assurte al rango di divinità di governo e la prole, quasi sterminata, era stata gratificata con incarichi operativi, pur mancando di ogni titolo o merito che non fosse il nome paterno.
“Il dio che si sveglia per secondo disfa ciò che ha fatto il primo; quando poi si desta il terzo, demolisce quel che trova per fare di testa sua, l’ultimo che si sveglia scopre un tal cumulo di macerie, che non trova di meglio che di rimettersi a dormire.”
Argomentò Saturno, evocando una sonorità semplice ma potente e aggraziata.

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