Un lupo mannaro a Roma

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Prigionieri della steppa

La sveglia mattutina era diventata, per Viaticus, un infausto evento, presago di ore di dolori alla schiena, che il suo ronzino riusciva a trasmettergli con grande efficacia.
Quella volta, però, la sveglia fu apportatrice di eventi ancora più perniciosi, essendo avvenuta nel bel mezzo di un cerchio di inverecondi figuri dal volto mostruoso, che fecero pensare al povero Viaticus di trovarsi circondato da demoni malvagi.
La sua muta sorpresa fu seguita dalle urla di terore di Bulinus, che indussero la combriccola terrificante ad afferrare brutalmente i due viandanti ed a ridurli in catene.
“Non sono Eruli ne’ Goti e nemmeno Ungari.” Farfugliò lo schiavo orripilato.
“Le tue informazioni, come al solito, sono incapaci di indurre ottimismo.” Replicò il sannita, un attimo prima di rimanere tramortito dallo spavento.

I due prigionieri furono condotti a cospetto del capo del branco.
Viaticus, che sperava di ammansire con argomenti mendaci gli orridi selvaggi, fu colto dallo sconforto nell’ascoltare un linguaggio incomprensibile e fu trascinato nella disperazione dal fallimento dei suoi tentativi di comunicare con i numerosi idiomi da lui conosciuti.
L’unica risposta che riuscì ad ottenere fu un poderoso calcio nel fondo schiena che riacutizzò all’istante tutti i dolori temporaneamente dimenticati.
“Questi selvaggi sono alieni dalle tradizioni ospitali e seguono abominevoli usanze.” Gli gridò Bulinus districando la voce dal cappio che lo affliggeva.
“Come al solito le tue constatazioni sono foriere di vivida iella.” Rantolò Viaticus, rassegnato al peggio.

“Quando ti ho prescelto per questo viaggio periglioso, sapevo che l’innata abilità ciarliera della tua razza sarebbe stata utile e salvifica.”
Disse Viaticus dopo aver visto il proprio schiavo comunicare con parole e gesti con un barbaro inverecondo, afflitto dalle cicatrici e da un tanfo inarrivabile.
“Pensavo che fossi stato prescelto per la tua immonda predilezione per le mie infauste natiche.” Replicò Bulinus.
“Potrei essere accreditato ambasciatore presso le cento tribù.”
Rivelò Bulinus al padrone entusiasta.
“In quanto tuo padrone avrò onori e rispetto.” Dedusse Viaticus.
“Solo accreditandoti mio schiavo sottomesso e fidato sono riuscito ad evitare che la lunga picca, che è vessillo della banda, facesse sfoggio del tuo cranio.”
“Meglio servile che decollato.” sospirò Viaticus, convertito al più estremo pragmatismo.

I nomadi delle steppe condividevano con i loro preziosi equini giacigli e parassiti intestinali.
Valutando più affidabile un cavallo robusto che una moglie fedele, praticavano frequenti transazioni coniugali,
mentre restavano legati alla cavalcatura fino a che questa non periva in battaglia o stroncava per la sete o gli acciacchi.
Fu per questo che Bulinus non fu in grado di rifiutare il dono di un superbo quadrupede, anche se, per ricambiare, dovette cedere l’esotico schiavo che lo serviva, con malcelato malumore, da tre settimane.
“L’ingratitudine obbrobriosa ha centrato il tuo cuore blasfemo."
Avvampò il cittadino romano, indignato per lo scambio irriguardoso.
“Non avrai trattamento peggiore di quello che voi romani serbate agli schiavi giudei.”
Replicò Bulinus, palesando il rancore covato.
“Che gli dei ti riservino l’equo castigo che spetta agli schiavi ingrati.”
Masticò amaramente Viaticus.
“Che Dio freni la tua innata boria padronale.” Ammonì il novello ambasciatore.

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