Phallus Dei
Ricettazione Fatale
“Ti sembra questo il posto adeguato a due come noi avvezzi ai piaceri e alle comodità della vita?”.
“Le Tapekyas sono un posto pieno di cose sorprendenti”. Ribatté un enorme ammasso di muscoli al giovane amico che lo seguiva.
S“Se non ci fossi tu sarei già svenuto da un pezzo, qui pullulano certi figuri orribili che avranno certamente scannato la madre
per rivenderne i vestiti.”
“Se vuoi ti presento allo Scheggiato, lui ha veramente tagliato il collo alla madre.”
Disse il gigante evitando agilmente un branco di topi che si azzuffavano sulla carogna di un gatto appena massacrato.”
"Non immaginavo, Raptus, che frequentassi amicizie tanto raffinate e simpatiche.”
“Ma adesso si è pentito e ha giurato che mai avrebbe commesso un omicidio per meno di duecento piastre.”"
“Oh animo sensibile.”
“Prima di giudicare vorrei che tu capissi cosa vuol dire crescere nelle Tapekyas;
qui ogni madre tiene, vicino alla culla, un borsello di stoffa;
Al piccolo che ha fame non serve a nulla piangere, deve frugare nella borsa ed estrarre la moneta che c’è dentro;
solo allora la madre lo allatterà come merita; questa è la prima cosa che imparano i bambini nati in questo posto,
vera latrina del mondo.”
Raptor sbirciò l’amico. “Mi stai prendendo in giro?”
“E vuoi sapere quale è la seconda cosa che si impara nelle Tapekyas caro Raptor?”
“A scannare il prossimo, immagino!” “No" rispose il giganteco Raptus. "L’istinto omicida qui è innato e non deve essere insegnato,
il secondo insegnamento che viene dato è di fare assegnamento solo su se stessi e sulla fortuna.
Con fortuna si potrà arrivare a due o tre anni, scampando a molti tipi di malattie e a svariati tipi di morte violenta;
secondo me ogni anno di vita trascorso nelle Tapekyas invecchia come dieci anni vissuti normalmente
per cui un bambino di quattro anni ha l’esperienza e le capacità di sopravvivere che avrebbe un uomo di quaranta."
“Quando avrai finito di sfottermi sarà sempre troppo tardi;
piuttosto spiegami cosa siamo venuti a fare in questo allevamento di tagliagole.”
Raptor cominciava ad innervosirsi, non gradiva affatto gli sguardi assassini che gli soppesavano la pecunia nelle tasche,
anche perché era convinto che una valutazione anche di pochissimo superiore allo zero, avrebbe significato per lui
molti centimetri di lama tra fegato e duodeno;
gli erano sgraditi anche la visione del pascolo di intere mandrie di scarafaggi pasciuti e l’odore fetido di latrina fermentata,
che rappresentava la caratteristica più tipica delle Tapekyas.
“Siamo venuti a parlare con il Selvaggio;
è il capo di una delle organizzazioni criminali più grosse della città, oltre ad essere un mio amico carissimo.”
“Credo di averne sentito parlare, mi sembra che la sua organizzazione sia specializzata in furti negli appartamenti.”
“Rapine, ricatti, estorsioni, contrabbando, mercato abusivo degli schiavi, omicidi su commissione,
il selvaggio si occupa un po’ di tutto, inoltre…”
Raptus, colto da una improvvisa sensazione o forse da un cambiamento di odore, questo Raptor non riuscì a capirlo, si piantò,
immobile, sulle cosce solide, scrutando i vicoli che si infilavano tra i cumuli di immondizia.”
“Siamo nei guai.” Ammise sbiancando sotto una coltre di sudore perlaceo. “Questo lo supponevo da un pezzo.”
Ribatté Raptor. “Credo di aver sbagliato strada; fino ad ora abbiamo camminato nel territorio del Selvaggio,
i suoi uomini hanno controllato ogni nostro passo, ora però siamo finiti in un altro settore.
“Quindi?” Chiese l’amico che non osava immaginare la risposta. “Quindi non scommetterei una piastra per la nostra pelle.”
A confermare l’affermazione pensarono una decina di personaggi, improvvisamente generatisi dal sudiciume,
tutti provvisti di utensili atto al taglio profondo, con facce orrende e intenzioni anche peggiori.
L’imminente massacro fu evitato da un imprevisto figuro che comparve chissà da dove;
questo si scambiò cenni misteriosi con la feccia pronta all’azione, quindi afferrò i due
trascinandoli in un vicolo appestato di escrementi.
Poco dopo i tre erano in una lurida stamberga, allegra come un ossario e accogliente come una galera.
“Vecchio invertito figlio di una cagna!” Esclamò dall’ombra un omuncolo alto poco più di un metro. “Brutta puzzola mal spidocchiata,
pensavo di non riuscire a scovarti; poco è mancato che dovessi far secchi una decina di ragazzi nel vicolo.”
Raptor osservava l’amico che conversava con quell’ombra ristretta, come se lo stesse vedendo per la prima volta.
“Fatti abbracciare, elefante mal riuscito.”
Così dicendo l’ometto uscì dall’ombra rivelandosi per un bimbetto di meno di dieci anni.
I due si abbracciarono affettuosamente, poi, dopo una ulteriore serie di osceni convenevoli, Raptus disse:
“Raptor, hai la fortuna di conoscere il famigerato Selvaggio.” “Lui il selvaggio? Ma non avrà nemmeno nove anni!”
“Ma ha almeno novanta omicidi sulla coscienza, quindi ti consiglio di essere costruttivo.” Il Selvaggio esaminò Raptor con grande attenzione.
“Questa bambinetta sarebbe la tua nuova tirabaci?”
“E’ il ladro più silenzioso e sensibile che abbia mai visto; con quelle mani sarebbe capace di staccare le orecchie ad una sentinella
senza che questa si accorga di nulla.”
“E scommetto che con quelle belle manine sa fare un sacco di altre cose.” Disse il Selvaggio ridendo sguaiatamente.
“Comunque che stia bene attenta, perché mi sta sulle palle; potrebbe facilmente venirmi voglia di strappargli via le budella.”
In Raptor crebbe potente la volontà di vomitare; mai avrebbe immaginato di essere terrorizzato da un moccioso scalzo e più sporco del pitale di suo nonno.
Comunque prima di dare sfogo agli impulsi dello stomaco fu tranquillizzato dall’amico.
“E’ solo un modo di dire delle Tapekyas per comunicare a qualcuno che gli sei simpatico.”
“Non voglio sapere cosa mi avrebbe detto se gli fossi rimasto antipatico.”
“Così siete venuti a propormi l’argenteria sgraffignata alle nozze della figlia del Condor; avete alzato un bel casino;
sarà molto difficile rivendere quella roba che scotta così tanto.”
“Se tu volessi quella roba sarebbe oltre cortina già domani mattina; in Lattaria farebbero follie per indossare
le mutande dorate del generale Condor.” “Avete rubato anche quelle?” Esclamò il Selvaggio esterrefatto.
La trattativa ricettatoria si protrasse fino a sera; finalmente raggiunto l’accordo economico, i due ladri vennero scortati dal Selvaggio e dai suoi uomini
fino al confine esterno del loro settore e consegnati direttamente ad una nutrita guarnigione della guardia imperiale.
“Povero Raptus.” Sospirò il Selvaggio con sincero dispiacere. “Non potevi sapere della taglia di centomila piastre, messa sulla tua zucca.”
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