Phallus Dei

Unsplashed background

Possessione

Cialtruk rimirava i tre soggetti che l’imperatore gli aveva messo a disposizione rimuginando che non sarebbe stato facile piegarli al proprio volere. I soggetti erano stati scelti dallo stesso imperatore, tra i prigionieri più formidabili e capaci di imprese improbe. Tutti erano stati temporaneamente sottratti ad una lunga e dolorosa agonia. Saddik aveva sacrificato il piacere che solo le urla strazianti dei torturati potevano dargli, solo per la prospettiva più allettante di vedersi restituire il vigore virile perduto.
Cialtruk rifletteva preoccupato. Il regnante gli aveva promesso gloria e onori imperituri ma, in caso di ulteriore fallimento, gli aveva garantito lo stesso trattamento riservato ai prigioniri affidatigli. Il mago non voleva e non poteva fallire, così rimuginava sulla migliore strategia per piegare i tre soggetti als suo volere.
Dietro direttiva ai tre prigionieri era stato fatto credere di essere sul punto di essere giustiziati previa inenarrabili sofferenze.
Legati alle graticole da tortura, erano stati condotti nel laboratorio, arredato per l’occasione da una serie completa di ordigni atti a scorticare, squarciare, spolpare e ad infliggere tormenti più tremendi, alcuni dei quali erano stati ideati dall’imperatore in persona. Fuochi e spunzoni incandescenti completavano la scenografia.
Di fronte a tale spettacolo Raptor si era lasciato andare ad un pianto dirotto, Melvin tentava inutilmente di suicidarsi trattenendo il respiro e Raptus si sforzava di liberarsi dei sedici giri di catena cui, dopo il precedente infruttuoso tentativo di supplizio, era stato assicurato.
“Le vostre vite da questo momento hanno smesso di appartenervi.” Sentenziò Cialtruk mulinando un attizzatoio sotto i nasi dei prigionieri, che il vostro spirito sia forte per sopportare sofferenze che un umano non può sostenere, che le vostre carni siano pronte ad accogliere il supplizio del ferro e il tormento del fuoco, che le sacre erbe dell’oblio vi distolgano dal dolore, che le mie parole vi siano di sostegno e guidino nell’ultimo viaggio.”
Così dicendo gettò nei bracieri manciate abbondanti di erbe e radici selezionate con cura. I prigionieri furono avvolti da nubi resinose cariche d’oblio ed essi furono ben contenti di crollare nell’abbandono.
Cialtruk tornò ad osservare Melvin, Raptor e Raptus, con aria preoccupata; erano anni che non praticava l’ipnosi operativa ed anche quando l’aveva esercitata con una certa continuità, aveva ottenuto solo risultati modesti.
Si immerse per l’ennesima volta nelle pagine di terracotta di un mastodontico ed illeggibile trattato sull’argomento, vendutogli, molti anni prima, come opera somma manoscritta, di O’Malachyas Astromagicut, il più grande ricercatore e studioso dei fenomeni esoterico - misterofisici mai apparso sulla terra.
In effetti, da qualche tempo, egli cominciava a sospettare che tal uomo formidabile non fosse mai realmente esistito, e che il tomo fosse un artefatto ordito per spillare un buon numero di pezzi d’oro.
In ogni caso il Malachyas aveva avuto l’inopportuna idea di comporre la sua opera nella incomprensibile lingua archeotibetana, che il povero Cialtruk aveva sempre detestato, fin da quando, adolescente, frequentava la scuola di esorcismo e pranoterapia applicata.
L’ipnosi operativa, o possessione transensoriale, era in grado di annullare totalmente la volontà dell’individuo su cui era praticata; la vittima, ridotta allo stato di succubo, poteva eseguire svariati compiti, a costo della sua stessa vita.
Da quel che il mago era riuscito a ricavare da sei giorni di studio del trattato di Malachyas, l’ipnosi operativa doveva essere eseguita differentemente a seconda che il soggetto da operare fosse o meno consenziente. Nel secondo caso l’operazione si complicava notevolmente.
Per riuscire a possedere un soggetto ostile, era necessario ricorrere ad una opportuna terapia a base di beveroni ed esposizioni a nenie ammorbanti; quindi, una volta abbattuta la volontà della vittima, veniva eseguiva l’ azione biopsicofluidica, che impartiva al succubo l’obbligo della sua missione; la pratica si concludeva con la fase del risveglio a forza di schiaffoni.
Purtroppo in individui dalla volontà sufficientemente forte, l’azione di condizionamento poteva dare risultati solo apparenti, così che, dopo poco tempo, la vittima finiva per ignorare gli ordini impartiti; del resto un’azione troppo potente poteva produrre danni irreparabili, trasformando il succubo in un idiota obbediente ma incapace.
Alla fine Cialtruk si era convinto che la strada da perseguire fosse un’altra.
Esisteva la possibilità di un intervento solo parziale, in grado di inserire nella mente del soggetto pochi elementi, incorporati nei suoi ricordi e nelle sue idee. In tal modo l’individuo operato manteneva tutta la sua personalità, ma acquisiva alcune sequenze logiche introdotte artificialmente.
Da giovane aveva iniziato dei personalissimi studi sulla identità soggettiva e sulle implicazioni pratiche che la presenza di una dimensione psichica inconscia poteva sviluppare; ricordava bene che aveva ipotizzato una area di esistenza soggettiva, nascosta alla coscienza e che operava sulla base di impulsi che sfuggivano alla consapevolezza.
Quando però aveva presentato le sue teorie ai maestri della scuola, rischiò di essere radiato con disonore.
L’apprendista stregone dimenticò le idee giovanili, che ora, però emergevano con chiarezza, proponendogli una via alternativa.
Due settimane dopo i tre soggetti erano apparentemente pronti a compiere l’improbo compito di trafugamento dei frammenti dell’Ildekaz, supremo talismano virile, unico oggetto dell’universo che poteva restituire vigore maschile al funesto Saddik, ed evitare a Cialtruk l’incontro ravvicinato con i Coccodrilli affamati.
Occorreva, tuttavia, che qualcuno di sua fiducia seguisse i succubi inconsapevoli, rovistò meticolosamente nella dispensa delle grandi occasioni, estraendone, con soddisfazione, una succulenta crosta di cacio siriano, dotata di un potente aroma pecorino.
Evocato irresistibilmente, un topo apparve sulla spalla del mago. “Vieni, caro Insensat.” Disse Cialtruk afferrando il roditore.
“Ho un bellissimo lavoro da farti fare.” La bestiola squittì il suo disappunto, appena alleviato dall’estasiante sapore del formaggio.

fig25 fig25