Un lupo mannaro a Roma

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Fori romani

Le piogge capitoline allagavano bassi e cantine.
Gli sventurati abitanti dei campi marci riempivano secchi, tini e tazze per arginare lo stillicidio che percolava da infinite fessure.
“Il facoltoso marito che ti glori di possedere, potrebbe fruttarti una alcova comoda e asciutta.”
Protestò un giovane piacente, marcato dalla zazzera da schiavo.
“La scomoda stamberga avvampa la passione; l’unione carnale, condita dal rischio clandestino, fa esplodere nella femmina un turbine degno delle orge dell’Olimpo.”
Dichiarò la donna con la voce arrochita e gli occhi umidi di foia.
“Ma la paura di fatali malanni e le gocce gelide sui reni rendono il maschio lento a reagire alle stimolazioni più efficaci.”
Replicò lo schiavo, repentinamente stimolato dalla lingua della padrona.
“Inoltre il rischio di crudeli rappresaglie inducono pensieri funesti che distolgono dalle piacevoli frizioni.”
Ansimò l’umile schiavo, frizionato dalle abili fauci della facoltosa romana.
“E’ mia premura confondere i nostri amplessi con voci e depistaggi, mio bel Faticatore.
Petula Quequara, schiava pettegola e maligna, ha scovato criptici messaggi, da me appositamente segnati, che lasciano intendere una tresca con il rilegatore Terrone.
Io stessa più volte ho vagato furtiva intorno alla dimora del presunto amante e il suo nome è certo già noto al mio consorte, cui gli schiavi pedinatori avranno rivelato i miei passi.”
Rivelò Messalina Pedissequa, che vantava una furbizia superiore a quella dei trafficanti di Potra Portese.
“Se i pedinatori padronali hanno seguito le tracce odierne, subirai le percosse di Pompilio Cesarione, ma io finirò scuoiato come una lepre, come si conviene allo schiavo infedele,
prima, però, il mio obelisco sarà dato in pasto ai gatti del foro Traiano.” Balbettò Marcio Faticatore, osservando con sgomento la ricca signora che sobbalzava sul suo basso ventre.
“Non temere, mio bel giovane, il tuo obelisco non correrà a lungo rischi perniciosi.
Presto farò sapere a Cesarione che il tuo valore mi ha salvata da orrendi ladroni;
tale impresa ti farà liberto e potrai cambiare l’appellativo della casata che ti possiede in uno che attesti la tua natura libera e penetrante.”
Urlò la donna, travolta dall’enfasi goduriosa.

Mendicus vagava nel foro di Augusto nonostante la pioggia, porgendo ad ognuno una capiente ed ossuta mano questuante.
La sua figura lercia e puzzolente era ormai tollerata dai bottegai tradizionali,
mentre la folla di giovani ambulanti, esasperata dalle acque di scolo, minacciava cruente punizioni, ignorando il suo rango, ormai istituzionale.
“Che Afrodite ti sia benevola e con essa Ammone e l’intera schiera degli dei del Nilo."
“La tua generosità sarà fonte dei benevoli influssi di Mitra e dei suoi sacri drappelli di ninfe.”
“Grazie, benefico signore, Giove Vespertino ti sarà propizio negli amorosi approcci serali.”
Mendicus rilasciava ad ogni donatore un ringraziamento beneaugurate e personalizzato;
L'anziano questuante ricordava, senza sforzo apparente, il volto e la voce dei frequentatori del foro e ne deduceva gli intimi pensieri da particolari per altri insignificanti.
Questa singolarità faceva di Mendicus una insostituibile fonte, che all’occorrenza, era possibile consultare dietro congruo compenso.
“Hai merce fresca di giornata?” Chiese un miliziano in borghese, insensibile all’umido.
“Le solite ciance astiose dei disoccupati e le fantasie dei patrizi in disgrazia.”
“Avrai salario più consistente se sarai attento ai sandali di Tertullio Quinzio.”
Disse l’uomo di legge, lanciando due monete di rame al guizzo veloce del mendicante.
“Grazie prode Craniotto, che gli angeli i santi e i tuoi fratelli preghino per una fulminante carriera.”

Nel foro si aggirava anche Massimo Ansioso, ruffiano patentato che molestava ogni passante con proposte indecorose;
millantava conoscenze fortunate con giovinette inesperte o ragazzi imberbi, disponibili a peccaminosi amplessi per causa di forza maggiore.
All’atto pratico gli ingenui adescati si ritrovavano a concupire con inveterate e stagionate prostitute o con gladiatori a riposo tutt’altro che remissivi.
“I servigi di un ruffiano discreto sono ben remunerati, se la sua azione conduce ai piaceri ricercati.”
Sussurrò un servo elegante, proprietà di un famoso patrizio, all’orecchio sempre attento di Massimo.
“Ho soddisfatto re e governatori; perfino l’imperatore mi convoca a corte se vuole godere con sgualdrine esotiche e taumaturgiche.”
Mentì spudoratamente il lenone.
“I piaceri che brama il mio padrone sono semplici e severi; solo ieri notò un giovane e affabile schiavo che darebbe la stura alle sue voglie austere.
L’obiettivo è Marcio Faticatore, che vive da schiavo presso Pompilio Cesarione, imprenditore edile.” Dichiarò il servo.
“Il mio padrone patrizio è forte di un’età avanzata e di patrimonio cospicuo, è Vecchio Geriatrione,
che siede tra i nobili scranni del senato quando non è impegnato in ricche transazione o affari di stato.”
“Il giovinetto già cova sotto le sue coperte.” Sentenziò Severo Ansioso.
“Ciò farà la fortuna tua e del bel giovane, cui dovrai promettere un soldo degno di un patrizio romano.”

Militious Sordus era conosciuto e rispettato da tutti i frequentatori del foro;
reduce di guerra e riformato per le troppe mazzate ricevute sul cranio durante una rissa tra legionari,
aveva la nomea di infallibile esattore; dietro compenso prestava servizio come guardia del corpo a giornata,
buttafuori nelle osterie e pugile a tassametro.
“Cinque solidi per un lavoro più semplice di una bevuta di retzina.”
Propose una tunica elegante ed inzuppata di pioggia. “Affogati nel Tevere.”
Rispose il grosso picchiatore, come consueta manifestazione di interesse.
“Un cicisbeo insidia la mia sposa con attenzioni inopportune; merita una legnata che gli ricordi il rispetto nuziale, in onore di Giunone Consorte.”
Militious attratto dalla devozione, dalla prospettiva di spaccare una testa e dai pochi solidi, si rassegnò ad accettare.
“Dieci solidi e il rivale correrà a Terracina per curarsi il mal di testa, poi troverà alloggio e sollievo in Tracia onde evitare pericolose ricadute; pagamento anticipato e trattativa conclusa.”
Tagliò corto l’ex centurione, ansioso di intascare e di allontanarsi dai vapori fetidi alitati dal nuovo cliente.

Le botteghe del foro esponevano su marmi preziosi i tessuti e i gioielli con cui le ricche matrone inducevano invidia nelle amiche fidate.
Quando i temporali spazzavano le lastre di travertino dei fori, la folla si accalcava sotto i portici, per la disperazione dei venditori,
la cui merce subiva gli assalti dei passanti fradici e brulicanti.
I bottegai più solerti sbarravano le imposte, lasciando alle clienti note e danarose un accesso segreto e secondario.
“Queste vesti sottili sono state cucite con leggeri sussurri.”
Sosteneva Valentinio Fellonio, agitando capi di abbigliamento così trasparenti che per nascondere un solido ne sarebbe occorsa una pila di un braccio.
Proserpina Maggiorata si affannava ad indossare una veste dietro l’altra, valutando con soddisfazione la propria figura,
riflessa da un grosso specchio di rame, appena velata dai sottilissimi lini.
‘Il blu mi esalta ma il giallo mi rende ancora più audace; il rosso mi eccita mentre il verde mi rende impudica.”
Declamava la rampolla della famiglia Lacustre.
“Sette i veli da indossare, sette i veli con cui danzare fino a che non giunga l’ora dell’estasi finale.”
“Sei stupenda Proserpina!,” Gongolava Valentinio in falsetto. “Mi sorprendo che ancora non compaia Giove per concupirti all’istante.”
“Il mio corpo è dimora di Bacco.” Sentenziò estatica la ragazza.
“Gli altri dei dovranno aspettare il turno, per avere soddisfazione.”
Il negozio di Valentinio divenne rifugio anche di Severa Abbottonata, facoltosa romana nota per i suoi modi casti e puritani, vicina di casa di Proserpina Maggiorata, di cui non perdeva occasione di censurarne condotta e atteggiamenti.
La pioggia battente aveva irrimediabilmente danneggiato il trucco ricercato della matrona, i pigmenti disciolti si erano mescolati sul volto di Abbottonata, trasformandone la faccia in una maschera impazzita.
La vista della vicina trasfigurata, verso cui la novella baccante nutriva profonda antipatia, innescò la fragorosa risata di Proserpina.
"Noto con disappunto che la tua rinomata bottega è stata scambiata per un postribolo, caro Valentinio."
"Scorgo infatti colei che rifugge con solerzia ogni decoro e virtù e fa della ricerca di amplessi la sua unica ragione di vita."
Sbottò Severa, inacidita per l'ilarità suscitata.
"Dubito che tu sappia di cosa stia parlando." Ribattè prontamente la Maggiorata.
"Il tuo illustre marito, di cui ho avuto modo di ricevere intime e riservate confessioni, non indugia nell'ammettere la sua brama di evitare ogni muliebre rapporto carnale.
Totale è la sua repulsa verso una moglie ritenuta vecchia, racchia e totalmente priva di qualità amatorie."
Sentitasi ulteriormente vituperata, Severa abbandonò all'istante le reprimende dialettiche. Avvampata di rabbia la matrona si scagliò su Proserpina, infliggendo graffi e colpi alla giovane rivale.
Le due donne rotolarono sulle vesti e gli scialli accatastati, facendo scempio delle reciproche chiome e dei pregiati tessuti in esposizione.
Le urla delle donne si unirono ai gridolini isterici del sarto, i cui inviti concitati alla concordia risultarono inascoltati.
La rissa si prolungò abbastanza da danneggiare irrimediabilmente l'intera collezione del povero Valentinio, che, dopo un'estrema disperata serie
di gridolini isterici, svenne tra i resti stracciati della mercanzia.

I mercati Capitolini offrivano ogni pietanza a pochi passi dai fori.
Servi solerti di ricche casate contendevano alle popolane i migliori bocconi, onde evitare gli uni le frustate dei padroni boriosi, le seconde i calci dei mariti ubriachi.
"Trasformerò questa trippa in un manicaretto che calmerà i nervi di mio marito"
Si propose Celestina Sesqiuliana indicando al macellaio un ammasso grigiastro cosparso su un angolo del bancone.
“Hai la vista più acuta di un’aquila, Celestina.” Si complimentò il commerciante.
“Il taglio a cui aspiri è degno di un banchetto imperiale. Purtroppo uno schiavo ha già riservato l’intero fagotto ed a un prezzo maggiorato; in compenso ti darò frattaglie di un capretto che an-cora non ha smesso di belare.”
Tuonò il bottegaio agguantando i poveri resti sanguinolenti.
"Lascia perdere, per amore del Sole e della Luna." Implorò Sesquiliana.
“Mio marito ha un passato di pastore di ovini. Ogni riferimento al mestiere che più gli si addice-va, ma che ora disprezza, lo rende furioso e preciso nei colpi alla mia povera testa.”
“Non sia mai che io diventi causa di dissidi familiari o di malanni ad una moglie graziosa.”
Esclamò Marcio Faticatore appena giunto per ritirare la merce acquisita in anticipo.
“Posso disfarmi di una razione senza incorrere in castighi, sarei ben lieto che la massaia prenda la trippa che le serve a satollare il consorte e renderlo mansueto,
sempre che a lei non sembri indegno ricevere favori da un umile schiavo.”
“La salvezza ha sempre origini umili e inattese.”
Rispose Celestina, sfoderando uno dei suoi sorrisi migliori per lo schiavo giovane e piacente.

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