Phallus Dei
Rivelazione
Buona parte della popolazione più depravata di Babilon, si annidava volentieri nel Tepidarum dell'Allegria mistica.
Aperto ad ogni ora del giorno e della notte, nel Tepidarum, oltre che esercitare pratiche a sfondo erotico, si poteva assumere,
in ogni forma, qualunque sostanza in grado di conferire ebbrezza e alterazioni delle facoltà sensorie e cognitive,
financo le più sconvolgenti.
“Ma lasciate che vi dica che quei savi certamente poco savi,
che rimangono aggrappati all'immagine corrotta della loro perfezione,
sfuggendo le brame dei piaceri,
cadranno sotto le macerie scoperte dalla nobile madre di ogni goduria”
La mentalità dei Tepidari, cioè dei frequentatori dell'allegria mistica,
accettava con entusiasmo tutte le possibili proposte che la fantasia perversa di Krakatoa,
fantasma e proprietario del Tepidarum, poteva partorire.
“Non posso vivere senza distruggere o senza creare,
perché la vita è un alba senza luce,
una fuga senza senso,
senza ragione e senza obbedienza”
In un angolo del locale, che si estendeva sui tre piani di una casa galleggiante sul fiume,
era solito stazionare un enigmatico personaggio, più mummia che uomo, il quale, in perpetuo stato di catalessi mistica,
era in grado di rivelare a chiunque lo interrogasse, profezie nascoste in problematiche allocuzioni,
a patto di inserire poche briciole di resine stupefacenti nel suo narghilè d'avorio scolpito, perennemente acceso.
“Credi che potrà dirci se saremo felici?” Chiese una poderosa montagna di muscoli al giovane che gli stava palpeggiando
estasiato i possenti pettorali.
“Sai, caro Raptus, come la felicità sia solo una condizione mentale, comunque, se il futuro ti angoscia, prendi un po' questi.”
Replico il giovane porgendo alla montagna di muscoli dei frammenti scuri.
Il compagno li raccolse delicatamente, e si affrettò ad introdurli nel piccolo braciere dell'asceta.
Quest'ultimo, subito avvertita la presenza del nuovo combustibile, si illuminò di luce propria; agitando la pelle raggrinzita
in un fremito di gioia mistica, aspirò ingordamente dal cannello i fumi carichi di tossine stupefacenti
e lasciò che la mente artefatta vagasse nei nuovi universi che solo lui poteva trovare.
“Dimmi vecchio” Sibilò Raptus con grande concentrazione “Quale destino riservano gli Dei per me e per il mio compagno Raptor?”
L'asceta inalò profondamente ancora una volta dal tubicino del suo narghilè, attese alcune frazioni di tempo
assorto in chissà quali simulacri metafisici, poi spalancò gli occhi, lucenti di un riflesso rossigno.
Fissò l'enorme Raptus con uno sguardo misteriosamente sorpreso, respirò ancora,
rabbiosamente la droga che continuava a bruciare lentamente poi, quando la sua mente fu di nuovo satura di fumo,
tornò ad assumere la solita espressione estatica; solo allora la cariatide cominciò a declamare gracidando monotonamente:
“La voce del cammino parlerà per voi
Nascosta nei cumuli dei sogni,
Spalancata alle promesse più lucenti
Scivolando tra le notti
Spezzando le nebbie degli dei
Stupirete al pianto dei mortali allibiti
E una voce di donna
Avrà un suono nuovo
Sfuggendo la luce del giorno
Piegando le fiamme della notte
Tremerete per la rabbia di un Dio
E spererete nella voce dei demoni
Quel che poi potrà essere
Non è ancora stato scritto
C'è il buio nella sfera dell'inscindibile
Solo voi ne vedrete la luce
O la tenebra finale”
Detto ciò la mummia parlante crollò esausta, in uno stato di prostrazione onirica
da cui solo una nuova generosa infornata avrebbe potuto estrarla.
Raptus guardò l'amico con una smorfia interrogativa e Raptor, che nel frattempo gli si era avvicinato, gli sussurrò all'orecchio:
“Filiamo alla svelta, ho appena alleggerito quel ciccione sollazzato dalle due biondine di un gruzzolo niente affatto malvagio”.
fig06